Ancora una volta: arti marziali e Via marziale
- 23 mag
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Vorrei qui tornare a riflettere sulla differenza tra bujutsu (arte marziale) e budo (Via marziale), nonché sul rapporto che intercorre tra i due. Ribadisco che questa è soltanto una mia concezione personale, maturata attraverso la pratica del mio personale percorso nel budo.
Secondo il concetto di “Via” (do), chi ogni giorno ricerca e persegue qualcosa viene chiamato kyudosha, ovvero “ricercatore della Via”. Finora ho sostenuto che il budo, nelle sue dimensioni più profonde, sia un’attività corporea la cui comprensione non è ancora realmente condivisa. Tuttavia, se il budo consiste nel tendere verso un ideale elevato che ciascun ricercatore della Via marziale scopre all’interno dei valori coltivati nel corso della propria vita, allora forse esso non presuppone necessariamente una comprensione comune o condivisa.
Piuttosto che qualcosa di già compiuto, tramandato immutabile dal passato al presente e dal presente al futuro, il budo può essere visto come una realtà che continua a trasformarsi, ora e in futuro, attraverso i pensieri, la filosofia e le inclinazioni di coloro che vi si dedicano.
In Giappone esiste il termine buddhista shogyo mujo (諸行無常), che significa “l’impermanenza di tutte le cose”: tutto nel mondo è in costante mutamento, e nulla è eterno o immutabile. Anche il budo, come attività fisica, deve continuamente cambiare: nelle diverse epoche, le passioni che i praticanti vi riversano si scontrano e si fondono in forme differenti, trasformandone costantemente la portata, il significato sociale e il valore che esso assume nella vita di ciascun individuo. E anche noi, che viviamo nel presente, dobbiamo generare nuovi cambiamenti facendo interagire, separare e riunire energie diverse: forza fisica, forza mentale, intelligenza, creatività, amore, capacità di accoglienza e molte altre.
La consapevolezza di continuare l’allenamento marziale all’interno di questa impermanenza si sovrappone al concetto stesso di “Via”. In altre parole, per noi che viviamo oggi, non esiste un punto di completamento definitivo nella pratica del budo. Il budo deve essere un cammino in cui si procede riflettendo costantemente sul futuro e su ciò che si pratica, e non una cieca fedeltà alla tradizione.
D’altra parte, quando si parla della tradizione del bujutsu, molte scuole possiedono il peso storico di una trasmissione autorevole lunga secoli. Per questo motivo, ritengo che sia naturale nutrire rispetto per l’atteggiamento di chi si impegna a preservare e tramandare fedelmente tali tradizioni di scuola o di linguaggio. È proprio qui che io traccio una linea di distinzione tra “bujutsu” e “budo”. Vale a dire: il bujutsu pone l’accento sulla trasmissione fedele delle tecniche ereditate di generazione in generazione; il budo, invece, consiste nel creare con ingegno e creatività contenuti che, pur attingendo a quelle tradizioni, abbiano valore per il futuro e permettano a sé stessi di elevarsi e maturare ulteriormente. Ciò richiede sempre una prospettiva capace di renderlo utile e significativo in relazione alla società contemporanea.
Questo rapporto assomiglia a quello tra musica classica e musica contemporanea. Molti generi musicali esistenti oggi affondano le proprie radici nella musica classica, e la musica classica stessa continua a essere tramandata nel presente. I musicisti contemporanei, quando cercano di conferire maggiore profondità e ampiezza alla propria creazione, finiscono inevitabilmente per ritornare alla musica classica. Nel mio modo personale di comprendere il rapporto tra bujutsu e budō, porto con me proprio questa immagine del mondo musicale.
Il praticante di budo dovrebbe sempre confrontarsi con il pensiero e le modalità corporee del bujutsu, studiandoli con costanza. Tuttavia, il suo scopo non è la mera trasmissione, bensì la creazione.
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