Attività del Bu (arti marziali) nella società contemporanea
- 12 apr
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A volte si sentono critiche rivolte ad altre scuole o ad altri tipi di pratiche marziali, come: “che senso ha allenarsi in quel modo?” oppure “quelle tecniche non funzionano in un combattimento reale”. Tuttavia, non si tratta di un fenomeno recente: anche consultando le fonti storiche, si trovano spesso osservazioni simili.
Tra queste critiche, alcune colgono nel segno, altre no. Un allenamento che ha perso il proprio scopo ed è diventato puramente formale è certamente privo di significato. Tuttavia, quando si cerca di giudicare la pratica marziale nella società moderna basandosi sul criterio se sia efficace o meno in un combattimento reale, è necessario prestare attenzione.
In ogni ambito esistono diverse forme di attività, e non sempre è possibile comprenderne il significato senza adottare una prospettiva multifocale; proprio grazie a questa prospettiva, si può arrivare a trovare un senso in qualsiasi attività. Detto ciò, il significato di tali attività cambia con il mutare dei tempi. Limitandoci alle arti marziali, se non si riesce a cogliere con precisione i cambiamenti dell’epoca e a riflettere con uno sguardo rivolto al futuro, si rischia di perdere il senso stesso di queste pratiche. Anche quando si riflette sulla differenza tra budo e bujutsu, ritengo che sia fondamentale partire da questa prospettiva.
Non c’è dubbio che lo scopo dell’allenamento nelle arti marziali sia “diventare forti”. Questo obiettivo è nato inevitabilmente in epoche remote, quando vi era una reale necessità di diventare forti per combattere. Tuttavia, con il passare del tempo, la civiltà si è sviluppata al punto da permetterci di raggiungere ogni angolo del pianeta, e la nostra consapevolezza si estende ormai fino all’altra parte del mondo. Parallelamente, anche la coscienza strategica è cambiata: da un tempo in cui bastava considerare la propria famiglia, i vicini e gli abitanti del villaggio, siamo passati a un’epoca in cui bisogna tenere conto anche del resto del mondo. In altre parole, nella società contemporanea la necessità sociale — o il significato “diretto” — di diventare forti in un combattimento primitivo basato sul dominio fisico diretto è quasi scomparsa.
Una delle differenze decisive tra passato e presente è la quantità di informazioni disponibili. Le informazioni strategiche provenienti dall’esterno costituiscono materiali preziosi per rivedere e migliorare la propria strategia. Comprendere chi utilizza quali tecniche, a quale livello, e con quali movimenti permette di riconsiderare i contenuti e la direzione del proprio allenamento quotidiano. Se, inoltre, si riesce a creare una situazione in cui l’avversario non conosce nulla di noi, si può ottenere un vantaggio strategico nel combattimento. Per questo motivo, affinché l’attività marziale funzioni davvero come strategia di combattimento, è essenziale mantenere segrete le informazioni relative alla propria arte e alla propria strategia. Questo principio è comprensibile anche osservando le relazioni internazionali, dove ogni Paese custodisce informazioni altamente riservate. Anche in passato, nelle arti marziali, era comune la trasmissione segreta all’interno della famiglia o la regola del “non divulgare all’esterno”; persino quando si era ammessi a studiare, l’insegnamento avveniva spesso secondo il principio del “osserva e impara”, e pochi maestri offrivano un’istruzione dettagliata passo dopo passo.
E oggi? Le scuole marziali reclutano studenti, diffondono informazioni tramite i social media e intrattengono scambi con altre scuole e organizzazioni. Siamo arrivati a un’epoca in cui anche un semplice appassionato di arti marziali possiede e può esprimere una quantità di conoscenze di gran lunga superiore a quella dei grandi maestri del passato di cui si tramanda la memoria. Osservando il modo in cui le informazioni vengono trattate, si può notare che le attività marziali contemporanee si stanno muovendo nella direzione opposta rispetto a quella di un utilizzo puramente strategico.
L’impegno nel diventare forti in un combattimento primitivo basato sul dominio fisico diretto contiene, in realtà, un vasto potenziale per apprendere e scoprire le caratteristiche del corpo umano. Se si riesce a valorizzare questo potenziale, è possibile contribuire alla salute e al benessere psicologico delle persone. Il modo in cui oggi vengono gestite le informazioni nelle arti marziali sembra orientarsi proprio in questa direzione: focalizzarsi su tali contenuti e condividerli per favorire una vita più felice.
In questo senso, nella società contemporanea le attività marziali si sono elevate a una forma di cultura del corpo. Per continuare ad avere significato, gli scopi dell’allenamento nelle arti marziali — e il concetto stesso di “diventare forti” — devono necessariamente diversificarsi.
Chi pratica discipline tradizionali giapponesi con armi, come il kenjutsu, la naginata o il kyujutsu, spesso riesce ad allenarsi verso questo obiettivo di “diventare forti” in un senso più elevato, anche senza una riflessione esplicita su questi aspetti.
Nel caso delle discipline a mani nude, invece, esiste una certa tendenza alla confusione: poiché la vita quotidiana stessa si svolge a mani nude e queste tecniche possono essere applicate all’autodifesa, il loro significato viene spesso frainteso.
Personalmente, ritengo che, per sviluppare le arti marziali a mani nude in accordo con un concetto chiaro di budo e bujutsu, l’efficacia come autodifesa debba essere considerata un effetto secondario, e non il punto di arrivo diretto della metodologia. Se ci si limita a confondere la realtà quotidiana con mondi irreali come quelli dei film e a essere soddisfatti solo dal diventare forti in un combattimento primitivo, la direzione della pratica rischia di smarrirsi sempre di più.
Quando si riflette sulle arti marziali con uno sguardo rivolto al futuro, è necessario, anche nel campo delle tecniche a mani nude, riconoscere nuovamente il significato delle attività marziali nella società contemporanea e il senso di cosa significhi “diventare forti” oggi.