Le arti marziali (bujutsu) e le vie marziali (budo)
- Takeshi Oryoji
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In Giappone, molto prima che nascesse il termine budo 武道 (le vie marziali), erano già in uso le espressioni bujutsu 武術 o bugei 武芸(le arti marziali). Successivamente comparve il termine budō, ma sembra che allora fosse impiegato quasi come sinonimo di bushidō(le vie samurai) 武士道, con un significato leggermente diverso da quello oggi comunemente condiviso.
Nel significato attualmente riconosciuto, il termine budo enfatizza la pratica fondata sul concetto di do 道 (la Via).
Il concetto di do sovrappone il fluire del tempo della vita, vissuto attraverso la pratica, all’immagine visiva di un percorso che si snoda man mano che si procede: esso implica dunque un asse temporale che accompagna l’intera esistenza.
Va inoltre ricordato che, in ambiti culturali come la cerimonia del tè o l’arte della composizione floreale, denominazioni quali sado 茶道 (via del tè) e kado 華道 (via dei fiori) si erano già consolidate tra il medio e il tardo periodo Edo.
L’idea di praticare bujutsu 武術 (le arti marziali) sulla base del concetto di do si ritiene abbia iniziato a diffondersi a partire dal momento in cui Kano Jigoro, fondatore del judo (柔道), sostituì il carattere jutsu 術(“tecnica”) di jujutsu 柔術 con quello di do 道 (“via”). In seguito, kyujutsu (弓術) divenne kyido (弓道), kenjutsu (剣術) divenne kendo (剣道), e Ueshiba Morihei fondò l’aikido (合気道) a partire dall’aiki-jujutsu (合気柔術).
Nello stesso periodo, anche il karate, trasmesso da Okinawa al Giappone continentale, iniziò a essere chiamato karatedo(空手道). Seguendo questa corrente di cambiamento terminologico, si affermò gradualmente il passaggio concettuale da bujutsu (武術) a budo (武道), dando origine al significato con cui oggi il termine budo è comunemente riconosciuto. Vorrei qui soffermarmi brevemente su questo processo.
Per lungo tempo, samurai e soldati che si addestravano nelle discipline chiamate bugei o bujutsu probabilmente non si curavano affatto della loro denominazione. Tuttavia, anche senza una consapevole attenzione al nome, col passare degli anni cambiarono l’epoca e la società, e con esse mutarono anche lo scopo, il significato e l’approccio alla pratica di quelle discipline. L’addestramento, inizialmente più orientato alla realtà del combattimento e a situazioni concrete, si trasformò progressivamente in una ricerca del “migotona ippon“見事な一本 (colpo Perfetto)”, dell’ippon ideale, e in una pratica finalizzata alla sua realizzazione. In questo processo, l’attenzione si estese naturalmente alla riflessione sul proprio modo di vivere e sulla propria personalità, dando luogo a un approccio che può essere definito come una “via”. È quindi plausibile che, nel momento in cui si consolidò il passaggio terminologico da jutsu a do, l’orientamento della pratica dei marzialisti dell’epoca fosse già divenuto, di fatto, “orientato alla Via”.
Kano Jigoro chiarì esplicitamente la filosofia e gli obiettivi dell’organizzazione da lui fondata attraverso concetti quali seiryoku zen’yo 精力善用(massimo impiego efficiente dell’energia) e jitakyoei自他共栄 (mutua prosperità), e mutò la denominazione da jujutsu a judo.
Con il progressivo diffondersi di questa trasformazione terminologica, i praticanti iniziarono a prendere coscienza in modo oggettivo del concetto di do, che fino ad allora avevano applicato quasi spontaneamente nella loro pratica.
Oggi tale concetto non si limita più a categorie tradizionali specifiche, ma viene applicato in numerosi ambiti — architettura, artigianato, cucina, sport, arti — e si è affermata l’abitudine di chiamare “qualcosa-do” qualsiasi percorso perseguito con dedizione, impegnandosi in esso come parte integrante della propria vita. In questo modo, il concetto di do si è profondamente radicato nella cultura giapponese.
Ciò non significa tuttavia che il termine jutsu e il relativo approccio siano scomparsi. Discipline come il kendo e il judo, come già detto, implicano il concetto della Via, ma al tempo stesso costituiscono nuove categorie chiaramente distinte dal kenjutsu e dal jujutsu tradizionali. Per questo motivo, i termini kenjutsu e jujutsu, così come la trasmissione delle tecniche tramandate fino ad allora, continuano a esistere all’interno del quadro concettuale del jutsu. Ciò non implica però che i praticanti di kenjutsu, jujutsu o di altre arti marziali siano privi della filosofia della Via.
Come accennato in precedenza, già prima che Kano Jigoro promuovesse il passaggio da jutsu a do, i marzialisti praticavano con ogni probabilità un addestramento intriso del concetto di Via, seppur in modo inconscio.
In altre parole, anche se una disciplina si presenta come bujutsu, qualora venga praticata in accordo con il concetto di do, si può affermare che essa sia vissuta come budo. Viceversa, se il contenuto della pratica non è coerente con il concetto di budo, allora, anche appartenendo formalmente alla categoria del budo, non può essere considerata tale dal punto di vista della sua effettiva realizzazione.
In questo modo, attraverso la concettualizzazione come budo di pratiche originariamente chiamate bujutsu e la presa di coscienza del pensiero della Via, oggi budo e bujutsu coesistono in una distinzione estremamente ambigua. Ne è derivata una situazione in cui la maggior parte delle persone affida a criteri emotivi la distinzione tra ciò che considera budo o bojutsu nella propria pratica.