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Kendo da gara e Kendo per l’esame di grado

  • lamilena
  • 19 ott 2025
  • Tempo di lettura: 4 min

Affinché, in futuro, il concetto di “budo” possa diffondersi come idea, non è costruttivo né efficace

tentare di negare la sua duplice natura tra il budo definito e quello concettuale; al contrario, è più

produttivo e realistico svilupparlo accettando questa dualità. Solo facendo coesistere e, allo stesso

tempo, distinguendo chiaramente le due dimensioni, si potrà comprendere meglio la loro differenza e,in base al livello di comprensione raggiunto, ampliare il concetto stesso di budo. Da questo punto di vista, la struttura del kendo offre un esempio illuminante.

Nel mondo del kendo, oggi, esistono i termini “kendo da gara” (shiai-yo kendo) e “kendo per l’esame di grado” (shodan shinsa-yo kendo). Si tratta di espressioni che sembrano essere nate spontaneamente tra i praticanti. Nel kendo, l’ideale è il cosiddetto “ki-ken-tai-itchi no ken”, cioè la perfetta unione tra spirito, spada e corpo. In altre parole, l’obiettivo è realizzare un colpo in cui la forza spirituale e la concentrazione mentale (ki), la precisione tecnica nell’uso dello shinai (ken) e la corretta postura e dinamica corporea (tai) si fondano in un’unica azione armoniosa.

Questo è ciò che si intende comunemente per “un colpo perfetto” (migotona ippon). La posizione ufficiale del mondo del kendo è coerente: tanto nei tornei quanto negli esami di grado,

l’unione di spirito, spada e corpo è considerata essenziale. Tuttavia, nella pratica, l’importanza

attribuita a questo principio differisce tra gara ed esame. In gara, infatti, è necessario decretare un

vincitore entro un tempo stabilito; di conseguenza, è inevitabile che si introducano compromessi nel

valutare la completezza del “ki-ken-tai-itchi”.

Da questo punto di vista, i criteri del kendo da gara si avvicinano a un approccio sportivo: vince chi colpisce per primo una parte valida dell’avversario, riducendo la complessità del giudizio.

Al contrario, durante gli esami di grado, non è ammesso alcun compromesso.

Il principio del “ki-ken-tai-itchi” rappresenta uno standard assoluto e intransigente.

Questo è possibile perché, negli esami, non si giudica il risultato in termini di vittoria o sconfitta.

Dall’inizio alla fine – dal saluto iniziale fino a quello finale – tutto viene valutato: etichetta,

comportamento, portamento, abbigliamento e atteggiamento. All’interno di questo contesto, il colpo deve incarnare perfettamente l’unione di spirito, spada e corpo. Chi non soddisfa i criteri viene bocciato senza esitazione, indipendentemente dal numero di candidati promossi. In certi casi, non si assegna nemmeno una sola promozione, senza che ciò causi alcun problema all’organizzazione. In questo modo, è possibile valutare in modo puro e rigoroso la qualità del “ki-ken-tai-itchi”. Di conseguenza, gli standard diventano sempre più severi a ogni grado, e si dice che, per l’ottavo dan – il livello più alto attualmente valutato – il tasso di successo sia inferiore all’1%. Il “kendo da gara” e il “kendo per l’esame di grado”, queste due forme coesistenti, possono essere considerate un riflesso della differenza tra il budo definito e il budo concettuale di cui si è parlato in precedenza.

All’interno del budo definito, è possibile praticare liberamente il budo concettuale, ma non vale il contrario: il budo definito non può essere pienamente compreso solo all’interno del quadro concettuale. È frequente che un colpo vincente in gara non venga riconosciuto in un esame di grado. Così, anche i kendoka che ottengono ottimi risultati nelle competizioni spesso si scontrano con una “parete” negli esami, e da lì iniziano a penetrare nel mondo più profondo del budo concettuale.

Attraverso il passaggio in queste due forme di kendo, i praticanti hanno l’opportunità di comprendere la sua reale profondità. In questo modo, grazie a una “doppia norma” (double standard) che combina il kendo da gara – semplice, comprensibile e di facile diffusione – con il kendo da esame – complesso e profondo – il kendo può diffondere lentamente ma solidamente la dimensione concettuale del budo. Tuttavia, il mondo del kendo non ha mai affrontato pubblicamente questa doppia struttura.


Quanto detto finora rappresenta soltanto la mia opinione personale. Tale situazione non deriva da un sistema deliberatamente istituito dalle autorità del kendo, ma si è sviluppata gradualmente come risultato naturale dell’organizzazione di competizioni internazionali: un secondo standard, quello del kendo da gara, si è consolidato per consuetudine fino a diventare di fatto un doppio standard. Ritengo che sia necessario ufficializzare e sistematizzare questo doppio standard tra kendo da gara e kendo da esame. Sebbene il kendo si stia diffondendo nel mondo attraverso competizioni internazionali, esso continua a rifiutare l’inclusione tra le discipline olimpiche. Ciò appare come una forma di “guida cauta”, volta a evitare che la diffusione globale comprometta l’essenza del budo concettuale.

Al momento, il Giappone domina ancora la maggior parte delle competizioni internazionali, e ciò consente di mantenere una gestione coerente con la visione giapponese del budo. Ma questa situazione non può durare per sempre. Come già osservato, la natura stessa della gara – che richiede la determinazione di un vincitore – porta inevitabilmente a privilegiare gli aspetti più strutturati e semplificati del kendo. Finché si continuerà a promuovere il kendo internazionale, è possibile che arrivi il giorno in cui il Giappone perderà la sua supremazia.

Tuttavia, se il doppio standard tra kendo da gara e kendo da esame fosse ufficialmente sistematizzato, il kendo come budo concettuale non solo non scomparirebbe, ma anzi trarrebbe forza dalla diffusione del kendo da gara. In questo modo, quest’ultimo diventerebbe un veicolo per promuovere il kendo come budo concettuale, consentendo persino di accelerare lo sviluppo delle competizioni, incluse quelle di livello olimpico.

 
 

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